01 - Where The Streets Have No Name

Andare in basso

01 - Where The Streets Have No Name

Messaggio Da fabio.angioletti il Mer 28 Lug 2010, 17:04

«Mi innamorai della letteratura americana nel momento in cui capii quanto fosse pericolosa la politica estera degli Stati Uniti. Così iniziai a vedere due Americhe: quella mitica e quella reale. Per questo The Joshua Tree doveva chiamarsi The Two Americas. Ma poi vedemmo quell’albero spuntare in mezzo al deserto». (Bono)

Il viaggio americano degli U2 iniziò a Bodie. In silenzio, accompagnati solo dal rumore del vento e dai cigolii delle porte, volevano arrivare al cuore dell’America. Disse Bono: «Bodie è una città fantasma, una delle più vecchie degli Stati Uniti, un residuato della febbre dell’oro conservato come un monumeto: tutto è rimasto uguale com’era ai tempi dei cercatori. Ci sono perfino i piatti sui tavoli. Da quella visita a Bodie ho iniziato a capire cosa significhi per me l’America. Ho una relazione di amore e odio nei confronti degli Stati Uniti: amo i luoghi, la gente, la cultura, ma odio il fatto che persone così responsabili possano aver dato fiducia a un presidente come Ronald Regan. Sta sbagliando in troppe occasioni».

Nelle intenzioni di Bono c’è un disco che racconti le due facce degli States: Paese affascinante e unico che in pieni anni Ottanta sta combinando disastri umanitari in terre come il Nicaragua e il Salvador. L’America diviene sogno e ossessione, destinazione e fuga, meraviglia e paura.

C’è molto movimento nel testo di Where The Streets Have No Name:

“I want to run
I want to hide
I want to tear down the walls
That hold me inside
I want to reach out
And touch the flame
Where the streets have no name

I want to feel, sunlight on my face
See that dust cloud disappear
Without a trace
I want to take shelter from the poison rain
Where the streets have no name.”

(Voglio correre
Voglio nascondermi
Voglio abbattere i muri
Che mi tengono dentro
Voglio protendermi
E toccare la fiamma
Dove le vie non hanno nome

Voglio sentire la luce del sole sul mio viso
Vedere quella nuvola di polvere scomparire
Senza lasciare traccia
Voglio ripararmi dalla pioggia avvelenata
Dove le vie non hanno nome)

Un viaggio interiore prima che fisico, un racconto in prima persona con un elenco di intenzioni che sembrano volersi compiere nel momento stesso in cui vengono pensate, spinte da un’urgenza assoluta. La strada è lì, si distende innanzi, corridoio infinito che porta verso l’orizzonte. E oltre. Bono racconta così Where The Streets Have No Name: «Spesso le città mi comunicano un senso di claustrofobia e sento la necessità di fuggire, andare in un posto dove i valori della società non mi opprimano. A questa idea ho unito un racconto ascoltato qualche anno fa: qualcuno mi disse che a Belfast puoi capire di che religione sei a seconda del luogo dove vivi, e a seconda della strada puoi capire quanto guadagni. L’idea di Where The Streets Have No Name viene da quel ragionamento: che effetto farebbe vivere in un luogo dove le strade non hanno nessun nome?».

Le strade divengono metafora di fuga, lunghe arterie che riportano al centro della propria esistenza. Non importa che sia percorsa in macchina o treno, autostop o a piedi, e non importa nemmeno la destinazione perché l’importante non è arrivare, bensì partire e l’orizzonte deve restare sempre lontano, lontano abbastanza per continuare a desiderare qualcosa, o qualcuno:

“Where the streets have no name
Where the streets have no name
We're still building
Then burning down love, burning down love
And when I go there
I go there with you....
(It's all I can do)”

(Dove le vie non hanno nome
Dove le vie non hanno nome
Stiamo ancora costruendo
Poi distruggendo l'amore, distruggendo l'amore
E quando andrò là
Ci andrò insieme a te....
(E' tutto ciò che posso fare))

La prima canzone dell’album si chiude su immagini ambivalenti, contrapponendo le ceneri di qualcosa che viene colto nella sua fase terminale (“our love turn sto rust”) alla prospettiva di qualcosa che (come la Terra Promessa a Mosè) giace ancora al di là dell’orizzonte, un qualcosa sospeso sull’a-venire, qualcosa per cui continuare il proprio viaggio…

“The cities a flood
And our love turns to rust
We're beaten and blown by the wind
Trampled in dust
I'll show you a place
High on a desert plain
Where the streets have no name”

(Le città in diluvio
Ed il nostro amore diventa ruggine
Siamo sbattuti e sospinti dal vento
Camminando a fatica nella polvere
Ti mostrerò un posto
Su di un altopiano deserto
Dove le vie non hanno nome)

Il singolo è giunto alla posizione numero 13 negli Stati Uniti, alla quattordici in Canada ed alla quarta nel Regno Unito. La rivista Rolling Stone ha posizionato il brano alla ventottesima posizione della classifica “100 Greatest Guitar Songs of All Time” (“100 più grandi canzoni con chitarra di tutti i tempi”).

Il video di "Where the Streets Have No Name" è stato diretto da Maiert Avis, ed è stato girato il 27 marzo 1987 sul tetto del Republic Liquor Store nella East 7th Street a Los Angeles. Nel video sono state incluse anche scene vere in cui la polizia cerca di far scorrere il traffico congestionato per via dell'esibizione del gruppo. Nel 1988 il video ha vinto un Grammy Award come “miglior video”.
Nel luglio 2010 gli U2 hanno collaborato con il Comitato Internazionale della Croce Rossa, dando vita ad una “nuova versione” del video, dove si vedono le immagini della Croce Rossa di tutto il mondo durante le operazioni.Il video è consultabile su YouTube o sul sito della Croce Rossa Internazionale.

Ecco il video ufficiale:

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